Mademoiselle Cocò Chanel.
L’emancipazione è una questione di stile.

Written by chairmagazine on 21 dicembre 2011 in PEOPLE, STORY - No comments
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di Elena Russo

Parlare di Chanel come il simbolo estremo del lusso e dell’eleganza è, a mio avviso, semplificativo, riduttivo. Chanel custodisce una potenza evocatrice e simbolica di un modus vivendi, è il connubio tra l’eccellenza creativa e l’Heritage (storia della maison), è il propulsore comunicativo capace di scavalcare i tempi aggiudicandosi di diritto, un posto nella storia.

Madamoiselle Cocò fu la donna capace di interpretare il sentire comune di donne fino ad allora relegate nel circoscritto ruolo di mogli e madri. Ella diede loro, quello che, molto tempo dopo, diedero le istituzioni. Nel momento in cui scoppiò la prima guerra mondiale, le stravaganze che fino ad allora appartenevano alle Belle Epoque furono sopite nel nome di una morigeratezza dei costumi. Gli uomini abbandonarono la vita fino ad allora conosciuta per arruolarsi e combattere al fronte, le donne, fino ad allora solo mogli e madri, si impegnarono in opere di volontariato per assistere feriti. Chanel iniziò la sua attività aprendo un negozio di cappelli, affermandosi, per suo stile sobrio e alle influenti conoscenze. Nell’estate del 1914 Chanel Modes era l’unico negozio di abbigliamento rimasto aperto: “Finiva un mondo, un altro stava per nascere. Io stavo là; si presentò un’opportunità, la presi. Avevo l’età di quel secolo nuovo che si rivolse dunque a me per l’espressione del suo guardaroba. Occorreva semplicità, comodità, nitidezza: gli offrii tutto questo, a sua insaputa.” La partecipazione femminile nella vita quotidiana aumenta con il lavoro e il diritto al voto, Chanel offriva capi di vestiario che in quella situazione si presentavano pratici e adatti alle esigenze, “come fa un cervello a funzionare sotto certe cose?” sovvertendo i canoni fino ad allora in uso: “Fino a quel momento avevamo vestito donne inutili, oziose, donne a cui le cameriere dovevano infilare le maniche; invece, avevo ormai una clientela di donne attive; una donna attiva ha bisogno di sentirsi a suo agio nel proprio vestito. Bisogna potersi rimboccare le maniche.“ Cocò la rivoluzionaria, non si volle mai descrivere come femminista, anche quando la sua rivoluzione nel disegno dell’abito femminile coincise con l’esplosione del movimento femminista: inspirandosi ai marinai di Deauville, rese i capi maschili al servizio del guardaroba femminile, diede origine ad un qualcosa di totalmente nuovo, una femminilità accentuata per paradosso: non voluttuosamente bella, ma lavoratrice indipendente ed emancipata. Lo stile décontracté (disteso, largo e comodo), realizzato attraverso lunghe gonne dritte, cardigan, sciolte bluse, con morbide cinture annodate in vita, fu pensato e creato per assecondare il corpo non per dominarlo. L’eleganza non può prescindere dalla piena possibilità del libero movimento.

Nel 1916 il materiale che meglio si prestava a questo nuovo stile fu il jersey, utilizzato fino ad allora per gli indumenti da lavoro degli uomini: comune e dati i tempi di austerity dovuti alla guerra, economico. Poiret, rivale di Cocò, chiamò questo stile misérbailisme de luxe, Cocò era la regina del genre pauvre, eppure «lo stile rivoluzionario di Coco Chanel» sembrava essere «una risposta istintiva al fatto che non s’integrava con la gente cool di Royallieu»…..«non attinse il suo stile dalle classi più povere, ma dal genere umano» (Karen Karbo).
Lo stile Chanel arrivò in strada. Molti anni dopo Chanel in un intervista ammise che era “quello che cercavo, era il mio obiettivo: creare uno stile. Non ce n’era più uno in Francia, c’è uno stile quando la gente della strada è vestita come te, e credo di essere arrivata a questo. Però non credo nella copia, credo nell’imitazione. È già tanto essere arrivata all’imitazione. La copia è una cosa molto difficile, che non si pratica più. Sapete, abbiamo perseguitato tutte le piccole stiliste per difendere cose inesistenti. Ma quello che mi è sempre sembrato ridicolo è difendere una moda, la moda… non si può difendere la moda, non è moda se nessuno la vede. Ci sono state molte storie di cui non sono del tutto a conoscenza, … vi dico che questo è uno dei problemi… Anche non il mio, ma dell’haute couture, è la paura insensata della copia. Quando, per me, la copia è il successo. Non c’è successo senza copia, senza imitazione.”
Qualsiasi cosa lei facesse, grazie a quell’allure di sfida innovativa, riscuoteva immediato successo. Negli anni venti, Chanel lanciò la moda del capello corto, per una fatalità, essendosi accidentalmente bruciata i capelli su un fornello, tagliò anche il resto. Dopo poco tempo le giovani donne alla moda imitarono i capelli tagliati alla garçonne.

“Non voglio nessun olezzo di rose o mughetto, voglio un profumo elaborato” così disse a Beaux. Il profumiere ne propose cinque, la quinta e ultima fragranza, un mix di 80 essenze, naturali e sintetiche, fu scelto da Chanel. Nel 1923 fu immesso sul mercato con un flacone dalle linee essenziali, da farmacia, con un etichetta bianca con linee nere. Nasceva un nuovo ideale di profumo «[…]frutto di una fabbricazione, un profumo femminile» che odora «di donna, perché una donna deve odorare di donna e non di rosa» Il profumo ha diffuso in maniera capillare, attraversando ogni strato sociale, l’idea fondamentale che Chanel sia l’essenza della femminilità, fu l’elemento di traino della Maison: durante la liberazione di Parigi, dopo la seconda guerra, i soldati americani facevano la fila davanti al suo negozio di profumi, l’unica boutique Chanel rimasta aperta durante la seconda guerra mondiale.

Nel 1926 Vogue America consacra Cocò Chanel paragonando il petite robe noir, il tubino nero, ad un’ automobile: era a forma di sacchetto, senza segni in vita con colletto e polsini bianchi. Negli anni trenta si dedica alla creazioni di accessori: la borsa, in pelle matelassé, i gioielli, ed elabora ulteriormente il tailleur: in una foto dell’epoca venne ritratta con un completo in tweed dalla linea estremamente snella una blusa bianca, una cintura di pelle che cinge leggermente la vita, giri di perle e orchidee e un piccolo cappellino dello stesso tessuto. Negli stessi anni, durante la crisi di Wall Street, mademoiselle accettò l’incarico di costumista e partì per gli Stati Uniti. Con l’avvento della seconda guerra mondiale Chanel fu costretta a chiudere i suoi negozi. Nel 1953 le fu commissionato un abito da ballo ”Per prima cosa io non disegno e non ho mai disegnato un vestito. Adopero la mia matita solo per tingermi gli occhi e scrivere lettere. Scolpisco il modello, più che disegnarlo. Prendo la stoffa e taglio. Poi la appiccico con gli spilli su un manichino e, se va, qualcuno la cuce. Se non va la scucio e poi la ritaglio. Se non va ancora la butto via e ricomincio da capo…In tutta sincerità non so nemmeno cucire… Con il tessuto di una tenda, cucito direttamente sul corpo della donna, le realizzò il vestito.

Chanel, la rivoluzionaria, la stravagante, colei che riuscì a fare indossare i pantaloni alle donne, dimostrò di poter essere ancora capace di dettare le leggi dello stile, forte e ambiziosa, determinata ad andare avanti, anche quando diede spazio ai nomi emergenti di giovani talentuosi pronti alle sfide del dopoguerra.
Nel 1954, ormai settantunenne, riaprì la sua maison e si ripresentò al suo pubblico con una nuova collezione. La proposta consiste di tailleur, con una gonna che riacquista un poco di lunghezza sotto il ginocchio, la giacca corta e i bottoni dorati. Fu per questo criticata: si ripresentò, a detta di molti, senza una innovazione stilistica. In realtà il tailleur con una spighetta a sottolineare bordi e tasche, era un capolavoro dalle linee pulite e dal taglio sartoriale: come in architettura, la moda è una questione di proporzioni. Le misure erano prese facendo incrociare le braccia delle mannequin sulle spalle, e la caduta perfetta della stoffa era assicurata grazie a una catena di metallo posta nella fodera. Chanel, dimostra, ancora una volta, di essere portavoce di una donna dinamica, dedita al lavoro che rifiuta qualunque frivolezza anche quando il mondo cambia o è cambiato,la donna è protagonista della sua vita,è nel dettaglio che esprime la sua sicurezza i suoi successi rimanendo estremamente femminile.

Dopo la sua morte la maison passa ai suoi collaboratori: dal 1983 ad oggi Karl Lagerfeld imprime la sua personale visione d’artista, il suo ecclettismo tra l’Heritage di Cocò e le strategie di marketing della società Wertheimer.
Per una donna Chanel sempre dinamica e cosmopolita.

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